Borsellino sapeva dell’attentato: scelse il sacrificio per proteggere la sua famiglia


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PALERMO, 4 FEBBRAIO ’12 – Che Paolo Borsellino, dopo l’attentato di Capaci non fosse stato più lo stesso, lo si sapeva: Cosanostra, uccidendo Giovanni Falcone, gli aveva portato via non solo il suo miglior collega, ma anche l’amico fraterno con cui aveva combattuto tante battaglie al crimine organizzato in Sicilia.
Giovanni morì con sua moglie e la sua scorta il 23 maggio 1992, Paolo il 19 luglio dello stesso anno. La Mafia non riusciva a fermarli ed allora li tolse di mezzo. Borsellino sapeva che si stava preparando un nuovo attentato contro di lui, ma preferì ‘ lasciare qualche spiraglio’ nella sua sicurezza personale, per evitare che i suoi aguzzini potessero prendersela con la sua famiglia: a rivelarlo, è stato nei giorni scorsi il Colonello dei Carabinieri, Umberto Sinico, che al tempo era ufficiale dell’Arma nel reparto anticrimine. Il Colonello, è stato sentito come teste nel processo che vede imputati il generale Mario Mori e il Colonello Mauro Obinu (entrambi accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra), ha rivelato di aver saputo del prossimo attentato al giudice Borsellino dal mafioso Girolamo D’Anna, che fu sentito come informatore nel carcere di Fossombrone, dove si recarono lui, il Maresciallo Antonino Lombardo ( morto suicida nel ’95) e il comandante di compagnia, Giovanni Baudo, nel giugno ’92. D’Anna, che è stato definito un mafioso posato, poiché estromesso, era in confidenza con il maresciallo Lombardo e a lui rivelò la notizia dell’imminente attentato che poi si consumò un mese dopo in via D’Amelio.
I tre militari, una volta informati fecero immediato ritorno a Palermo per avvisare il Giudice, che rispose che sì, lo sapeva, ma che appunto, preferiva rischiare di persona, piuttosto che mettere in pericolo la propria famiglia.
Il p.m Antonino Di Matteo ha poi chiesto a Sinico perché non vi fu una nota formale ai Carabinieri, ma il Colonello ha ribadito che, dopo aver informato il diretto interessato, anche i Ros furono allertati. Quanto riferito mette in parte a tacere le voci di atriti fra Borsellino e il comando dell’Arma di Palermo: lo stesso Sinico ha parlato di una cena con i vertici dei Carabinieri, in cui era presente il Giudice e in cui lo stesso definì quel convivio come ‘ la cena degli onesti’. Borsellino però antepose la tutela della sua famiglia alla propria sicurezza personale e fu barbaramente ucciso in via D’Amelio con i 4 ragazzi della sua scorta, i suoi angeli custodi. Lui e Giovanni Falcone restano due eroi del nostro Paese, come coloro che son morti per difenderli.

ANDREA DATTILO

 

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