Ammore e Malavita, la recensione

di Alessandro Faralla (Responsabile Cultura e Spettacoli F&D)

Criminalità e sentimento nel “La La Land” all’italiana dei Manetti Bros presentato al Festival di Venezia

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Inizia con la messa in scena di una farsa Ammore e Malavita, nuovo film dei Manetti Bros presentato in concorso ufficiale all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Don Vincenzo, boss e “’o re d’o pesce” di Napoli, stanco di essere sempre rincorso, costretto a nascondersi o alla peggio arrestato e ammazzato, dopo un fallito agguato fingerà la sua morte grazie ad un piano orchestrato dalla moglie Maria.
Interpretata da Claudia Gerini, la donna del boss appassionata di film vive la vita come se ne facesse parte, o stesse concependo una sceneggiatura. Due dei suoi sicari, Ciro e Rosario, sono stati addestrati infatti come lottatori di arti marziali, abili stunt-man e pistoleri senza sbavature.

La Napoli di Ammore e Malavita è una città, diversamente da Gatta Cenerentola, che non anela ad un futuro di gloria e splendore. La quotidianità non nasconde le proprie miserie, non se ne vergogna ma le rende vendibili come il giro turistico su uno scuolabus per bambini tra le famigerate Vele di Scampia, dove è un onore essere scippati come cantano in coro gli allegri e mai traumatizzati turisti. Il musical, la rivisitazione neomelodica di un genere armonioso viene modellato sullo stile e l’ambientazione di una vicenda che è un ibrido di elementi crime e vena comica, esaltato da un Carlo Buccirosso sapiente equilibratore di battute.
Napoli non viene dipinta come un territorio ostile dove abitano solo paura e inquietudine, è al contrario il contenitore che accoglie personaggi che altrove avremmo definito ridicoli, qui sono solo i protagonisti di una sceneggiata, convincente, scritta da altri. Il boss non fa mai veramente paura, e i sicari, profili deboli, privi di ferocia hanno solo il vantaggio di avere una pistola in mano.

Tutti, Don Vincenzo, la donna Maria interpretata con spontaneità da Claudia Gerini, il Ciro di Giampaolo Morelli così come il suo vecchio amore Fatima, coinvolta suo malgrado nel bizzarro piano, sono individui senza una vera possibilità di essere altro. Nemmeno le deviazioni musicali rappresentano un’alienazione dalle rispettive dimensioni, testimoniano il loro appartenere a quel mondo, un scenario dove è concesso decantare il passato e crocifiggere il presente senza sapere cosa ci sarà dopo una sparatoria.
Spontanei e lontani da un racconto preoccupato di inserire riflessioni e messaggi, i Manetti Bros fanno abbondantemente uso dell’immaginario cinematografico: negli intrecci narrativi, per come gestiscono esauriscono certe sequenze, disvelando infine in un processo che non è didascalico ma è ancora forma visiva e scritturale, il climax del film.

Volutamente sfacciato Ammore e Malavita non ha nessuna remora nell’inserire il musical nello scenario urbano e fracassone di Napoli, piegarlo alla propria voce realizzando un film vivace e bizzarro in cui la superficialità non fa mai capolino.

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