Allarme bomba in Cassazione, dipendente spegne lo stoppino acceso

 ROMA, 12 DICEMBRE ’12 – Allarme bomba ieri mattina nel palazzo che ospita la Corte di Cassazione, in piazza Cavour. Paura e attimi concitati, finchè un impiegato della Banca Unicredit che ha sede all’interno dello stesso palazzo, sprezzante del pericolo, non è intervenuto spegnendo lo stoppino acceso. Lo strano oggetto era stato abbandonato davanti al palazzo della Suprema Corte intorno alle 9,30. Esternamente sembrava una molotov già innescata, realizzata con una bottiglia di liquore usato per dolci, piena per tre quarti di alcol e chiusa da uno stoppino acceso. Stando a indiscrezioni trapelate da fonti di stampa, sembra che a posizionare la bomba sia stata una dipendente. Circostanza che gli investigatori stanno verificando anche attraverso la visione delle telecamere di sicurezza poste all’esterno dell’edificio.

Si è temuto il peggio, come detto, finché un dipendente della Unicredit non è intervenuto. Senza lasciarsi intimorire, ha semplicemente spento lo stoppino in fiamme, poi ha dato l’allarme a un ispettore della Polizia Penitenziaria che è in servizio all’interno del palazzo di giustizia. Sul posto, altre forze di polizia e gli artificieri. Indagini subito scattate a trecentosessanta gradi per capire chi e per quale movente si sia posizionata quella bottiglia-bomba. E in tempi record gli investigatori – grazie a un’intesa attività congiunta tra Polizia, Carabinieri e agenti della Polizia penitenziaria – sono riusciti a identificare la persona responsabile dell’attentato: si tratta di una donna, 60 anni, dipendente della filiale dell’Unicredit. Ha ammesso le sue responsabilità, pur non confessando i motivi dietro al gesto.

Anche se i motivi del gesto eclatante restano ancora misteriosi, da testimonianze di parenti e colleghi sembra che ultimamente la donna avesse manifestato disagio per dei problemi familiari. Forse, quello di ieri è stato soltanto un gesto di esasperazione. Forse, voleva solo attirare l’attenzione sul suo caso personale. Lo stanno chiarendo gli investigatori, che proseguono le indagini.

Analogo episodio.

E l’episodio di ieri davanti al palazzo della Cassazione fa ripensare all’analogo allarme bomba a Genzano, dove ieri mattina sono stati rinvenuti due rudimentali ordigni, bombe costruite artigianalmente, posizionate davanti a un’altra banca. Nei pressi degli ordigni, la scritta “anarchia” scritta sui muri.

TALITA FREZZI

 

D: La donna, avendo confessato le sue responsabilità, potrebbe essere denunciata per tentata strage?

R: Il reato di strage punisce chiunque, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità ed è punito, se dal fatto deriva la morte di più persone, con l’ergastolo. In ogni altro caso si applica la reclusione non inferiore a quindici anni. In questo caso però ritengo difetti, per le caratteristiche intrinseche dell’ordigno, la potenzialità e la volontà di uccidere.

D: Oppure le potrebbero contestare il procurato allarme?

R: Direi proprio di no, perchè in questo caso il pericolo, al di là della sua effettiva entità, comunque era effettivamente esistente. Il reato di “procurato allarme presso l’Autorità” invece è previsto dall’art. 658 del codice penale e punisce  chi, annunciando infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’autorità o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio.

AVV.TOMMASO ROSSI

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