Accolto il ricorso di Napolitano: le sue intercettazioni saranno stracciate.

ROMA, 5 DICEMBRE ’12 – E’ arrivata la sentenza della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dall’Avvocatura dello Stato per conto del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in seguito alle intercettazioni da parte della Procura di Palermo di alcune conversazioni telefoniche tra Napolitano e l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, oggi accusato di falsa testimonianza, nell’ambito delle indagini relative alla trattativa Stato – Mafia.

Secondo la Consulta, “non spettava alla Procura di Palermo valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica”: è stato così accolto il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti dei magistrati siciliani. A questi ultimi non spettava nemmeno di “omettere di chiedere al giudice l’immediata distruzione” di tali intercettazioni, “ai sensi dell’articolo 271, terzo comma, del Codice di procedura penale e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”. Nella frase “non spettava alla Procura”, c’è la chiave del giudizio della Corte Costituzionale: in altre parole, i magistrati di Palermo, che stanno indagando sulla trattativa Stato – Mafia, una volta ricevute le intercettazioni cui fortuitamente (il telefono sotto controllo era quello dell’ex ministro Mancino) era coinvolto anche il Capo dello Stato, avrebbero dovuto chiederne l’immediato stralcio ex art. 271, co. 3 c.p.p. al giudice, a prescindere dal contenuto di quei colloqui e senza che lo stesso potesse diventare pubblico e accessibile.

Il dettaglio della sentenza, cui i giudici sono pervenuti dopo 4 ore di Camera di Consiglio, non saranno disponibili prima di alcune settimane e molto probabilmente si dovrà attendere gennaio per poter leggere le motivazioni. Tuttavia, fin da ora si può dire che la mancata richiesta di stralcio delle intercettazioni, cui i pubblici ministeri erano tenuti, è alla base della decisione: da ciò discende che i magistrati dovranno certamente ovviare a questa omissione, chiedendo al giudice la distruzione delle intercettazioni.

Nel ricorso dell’ Avvocatura dello Stato si leggeva che “ la Procura di Palermo ha trattato queste intercettazioni come normali intercettazioni, non ha tenuto presente il fatto che siano intercettazioni illegittime creando un vulnus nella riservatezza del Presidente”. Le utenze dell’ex Ministro dell’Interno Mancino erano state messe sotto controllo nei mesi scorsi poiché, secondo l’accusa, questi, insediatosi al Viminale nel 1992, aveva mentito sui rapporti tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra intercorsi nei primi anni ’90, durante la stagione delle stragi. Nel periodo che ha preceduto l’avvio del procedimento a Palermo che lo vede con altri imputato, ci sono stati contatti tra lui e il Colle, in particolare telefonate con Loris D’Ambrosio, il consulente giuridico del Quirinale morto il 26 giugno, e in alcune occasioni, con lo stesso Napolitano. Queste ultime conversazioni sono state in tutto quattro, come si è saputo dagli atti depositati per conto della Procura di Palermo su richiesta della Corte Costituzionale durante l’iter del conflitto tra poteri: in due casi a chiamare è stato Mancino, per altro alla vigilia di Natale 2011 e, pochi giorni dopo, il 31 dicembre; in altre due occasioni, a telefonare è stato il Presidente.

Di fronte alla sentenza, il pm Nino di Matteo, uno dei magistrati dell’inchiesta sulla trattativa Stao-Mafia, ha detto: “Vado avanti nel mio lavoro tranquillo, nella coscienza di avere agito correttamente e ritenendo di avere sempre rispettato la legge e la Costituzione”; il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, ha aggiunto: “Le sentenze non si commentano mai, neppure quelle della Corte costituzionale. In ogni caso dovremo leggere le motivazioni”.

Il procedimento sulle trattative Stato – Mafia resta a Palermo e continuerà in questa sede, dopo il rigetto delle istanze di incompetenza territoriale presentate da alcuni imputati.

MOSE’ TINTI

 

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