A 16 anni dalla guerra gravissimi i rischi per la popolazione.Ancora minata la pace della Bosnia Erzegovina

Costose e difficili le operazioni di bonifica. Insufficienti i fondi del Governo federale. Agricoltura impraticabile in molte aree. La testimonianza dell’ong italiana Intersos.  Reportage di Matthias Canapini

Pol Pot affermava che “una mina è il miglior soldato esistente: non mangia, non dorme e sta sempre all’erta”. In Bosnia Erzegovina, a 16 anni dalla fine del conflitto, la presenza di mine continua a mietere vittime, e rende impraticabile l’agricoltura in molte aree. Attualmente si contano circa 200.000 ordigni ancora potenzialmente micidiali nel territorio della Federazione: per lo più si tratta appunto di mine anticarro o anti-uomo, oltre a vari altri tipi di uxo (ordigni inesplosi in genere, come bombe e proiettili di diversa natura). Le vittime più frequenti si registrano tra i civili, molti i bambini, e i lavoratori in genere (soprattutto agricoltori, taglialegna, operai edili). Anche una semplice escursione o passeggiata in un bosco, una corsetta campestre tra amici, può nascondere l’insidia esplosiva. Naturalmente gli stessi sminatori rischiano: 4 decessi negli ultimi 2 anni, secondo le statistiche degli enti locali. E’ enorme, tale da sembrare infinito, il carico di lavoro per le numerose ong che in Bosnia Erzegovina sono addette alla bonifica di siti minati. Tra di esse spicca per il suo impegno la Intersos, un’organizzazione italiana con vari progetti in corso a Sarajevo, che organizza anche corsi di preparazione per gli sminatori e lezioni di prevenzione del rischio mine nelle scuole e in altri locali dei Comuni. Ancora molte, troppe le persone inconsapevoli del problema mine-uxo e degli incidenti ad esso legati, una piaga che da 1996, nonostante la pace, ha prodotto oltre 1600 vittime. Gli sminatori devono necessariamente indossare un equipaggiamento di sicurezza particolare: giubbotto antiproiettile, casco protettivo, metal-detector. Le tecniche, come le attrezzature più moderne, sono molto costose per lo standard economico del Paese. Molto alti anche i costi di manutenzione delle dotazioni necessarie. Come ad esempio le macchine da sminamento (che tra l’altro possono essere impiegate solo e di rado nelle pianure del Nord-Est), o le tecniche che prevedono l’uso di cani addestrati. Per quest’ultima tecnica la somma può ammontare fino a 20.000 euro per una singola operazione di bonifica.

Il metodo più efficace è l’uso del cosiddetto “Spillo”. Si tratta di un particolare strumento tecnologico in grado di scavare e di localizzare mine attive anche a 15 cm di profondità. Una tecnica impegnativa, che richiede molte ore di lavoro, tanta concentrazione e pazienza, ma che presenta il fondamentale vantaggio di minimizzare al massimo i rischi.

I tempi e i metodi per bonificare un territorio devono sempre relazionarsi con le difficoltà ambientali, che spesso costituiscono ostacoli insormontabili. E’ la stessa configurazione del territorio del Paese, generalmente aspra e montuosa, ad impedire in moltissimi casi un lavoro sicuro e proficuo. “C’è poi un altro fattore che può giocare contro, quello meteorologico. – ci spiega Vedad Kadic, responsabile di Intersos – Le grandi nevicate invernali (i fenomeni di erosione del terreno, legati al gelo e al disgelo, alle piogge e al dissesto idrogeologico, ndr.) possono provocare e provocano frequentemente lo spostamento degli ordigni, anche di qualche metro, rendendo impossibile una loro precisa localizzazione. L’inconveniente della delocalizzazione aumenta per l’azione dei fiumi o dei torrenti nelle aree da bonificare, in grado di trasportare le mine verso valle”. Quali sono le aree geografiche più minate e che vi creano più difficoltà? “Senza dubbio quelle nei pressi di Doboj e Blagaj, nel Nord-Est, non lontano dalla città di Tuzla.

Dopo la fine della guerra, i tre eserciti principali (bosniaco, serbo, croato) hanno rilasciato ai successivi governi “di pace” dei verbali con le indicazioni e le coordinate sul numero ed il posizionamento delle mine nelle varie zone territoriali. Poi esistono i verbali messi a punto dagli stessi civili. I quali, in varie occasioni, hanno collocato essi stessi delle mine a scopo difensivo. Tuttavia, e purtroppo, molti dei residenti delle zone più colpite dal conflitto non hanno potuto fornire indicazioni utili. Quando hanno minato i territori dove sorgevano le loro case erano spaventati, stavano per darsi precipitosamente alla fuga. Non avevano il tempo di appuntarsi dei riferimenti per poter poi rendere rintracciabili gli ordigni. Che, tornata la pace, sono rimasti dov’erano come sfuggenti fantasmi carichi di morte. Ancora oggi riconoscere un’area dove il rischio possa essere certificato con esattezza (possibilità quasi certa di area minata) rispetto ad una sospetta (bassa possibilità), richiede molto tempo e una cautela esemplare. Secondo alcune fonti recenti, almeno il 2,6% del territorio della Bosnia Erzegovina sarebbe ancora infestato. Ma cifre e percentuali sono in continuo cambiamento, mutano da un anno all’altro.

C’è poi da tener conto della crisi economica e del già citato problema della crescente scarsità di fondi a disposizione. Proprio in questo 2012 – in cui ricorre l’anniversario ventennale dello scoppio della guerra in quella che era la Jugoslavia – è stato assodato che il Governo della Bosnia Erzegovina non ha risorse sufficienti per continuare i lavori di bonifica. E molte squadre di sminatori, tra cui quelle legate a Intersos, sono temporaneamente ferme.

(tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile, n° 196, novembre 2012)

UN BILANCIO DAI NUMERI ESPLOSIVI:

Dal 1996 ad oggi, in Bosnia Erzegovina, si contano 1671 vittime per mano di mine e uxo (ordigni inesplosi), i morti registrati ammontano a 538. Di questi 46 sminatori rimasti uccisi durante operazioni di bonifica dopo la fine della guerra. Ovviamente il numero di persone che hanno perso la vita si moltiplica, arrivando a quota 7.981, se si considerano anche gli anni della guerra, dal 1992 al 1996. Facile per gli eserciti in campo procurarsi anche e soprattutto le mine, l’80% di quelle utilizzate era “made in Jugoslavia”, per il resto ci si approvvigionava grazie a traffici consolidati in particolare con Russia e Iran. Il territorio ancora da bonificare copre 1.340 km/q, il 2,60% di quello della Bosnia Erzegovina. Incerti i tempi del possibile completamento della bonifica, un periodo compreso fra il 2019 e il 2023. Bonifica peraltro costosissima, che ha bruciato solo nel 2011 e nella prima parte di questo 2012 ben 20 milioni di euro. L’anno sono state distrutte 1.816 mine antiuomo, 389 anticarro, resi inoffensivi 5.346 uxo e 59 cluster bombs. Un risultato per cui, sempre l’anno scorso, si è dovuto pagare un prezzo altissimo: ben 22 gli incidenti che hanno determinato vittime, di cui 9 mortali.

(tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile, n° 196, novembre 2012)

Print Friendly
FacebookLinkedIn

Leave a Reply