40 anni dopo, la foto ‘Napalm girl’ commuove ancora il mondo

ROMA, 3 GIUGNO ’12 – Quando si dice che una fotografia è capace di catturare un istante e renderlo immortale. Quando si dice che una fotografia sa imprigionare i sentimenti tra fotogrammi d’eternità. Sono passati 40 anni da quell’8 giugno 1972 quando un aereo militare sud-vietnamita a caccia di vietcong sganciò una raffica di bombe al napalm sul villaggio di Trang Brang. L’inferno di quei momenti venne catturato in una foto-choc scattata dal fotoreporter Nick Ut, vincitore del prestigioso Premio Pulitzer: dei bambini vietnamiti piccolissimi, che scappano da un villaggio bombardato col napalm. E in primo piano una bimba nuda che sembra gridare una paura che in quella foto non ha bisogno di parole.
Una foto che divenne simbolo del pacifismo. Oggi, a 40 anni di distanza, la “Napalm girl” ritratta in quella commovente immagine, è una donna che combatte con lo spettro di se stessa, nuda perché i suoi vestiti in fiamme se li era strappati di dosso, mentre scappa dall’orrore delle bombe al napalm. La bimba di ieri è una donna forte e coraggiosa oggi. Si chiama Kim Phuc e l’hanno intervistata i giornalisti di Corriere.it in una testimonianza che è ancora fortemente evocativa e carica di messaggi per la nostra controversa quotidianità. “Ho passato la vita a cercare di scappare da quella bambina della foto, ma sembrava che quello scatto mi perseguitasse”, racconta Kim Phuc, mentre ripercorre con la memoria quel drammatico 8 giugno 1972 del bombardamento del suo villaggio.

Oggi Kim Phuc vive in Canada, è moglie e madre. Uno dei suoi figli si chiama Huan, Speranza. Dopo aver sposato Bui Huy Toan è diventata cittadina canadese nel 1996. Nel 1997 è stata nominata ambasciatrice dell’Unesco e due anni dopo è stata pubblicata la sua biografia. Oggi in occasione dei 40 anni di quella foto, Kim Phuc apre il suo cuore e racconta la sua voglia di normalità, un desiderio che le ha attraversato tutta la vita. Anche se oggi ha capito che l’autore di quella foto le ha salvato la vita e che quello scatto, che in un fotogramma racconta con bruciante verità l’orrore del Vietnam, è stato una condanna, ma anche un’opportunità per sé e per i suoi figli oggi.

La storia.

Una pioggia di bombe al napalm sganciate per errore, perché in quel villaggio di vietcong non c’era neanche l’ombra. Kim ricorda con fredda introspezione quei momenti di terrore. La terra che trema e subito dopo calore e fiamme ad avvolgere tutto, a divorare case e persone. Il fotografo Huynh Cong “Nick” Ut si trovava lungo la Route 1, quando vide arrivare i superstiti del bombardamento. Gli corse quasi incontro l’allora piccola Kim, che si era strappata i vestiti in fiamme. Completamente nuda stava fuggendo e gridando “brucia, brucia!”. Il reporter scattò numerose foto, tra le quali quella che gli consentì di vincere il Premio Pulitzer. “Piansi quando vidi quella bimba correre”, ha raccontato Nick Ut al Corriere.it spiegando che poi li aiutò trasportando i bimbi della foto nel più vicino ospedale. “Non avrei potuto accettare la morte di quella creatura innocente”, ribadisce Ut, che nella guerra del Vietnam perse un fratello. La foto dei bambini in fuga divenne, nonostante le difficoltà del tempo dovute alla censura (presto superate grazie a Horst Faas, grande fotografo dell’Associated Press, due volte premio Pulitzer e in quegli anni capo dei fotografi di AP, morto recentemente) un simbolo fortissimo delle atrocità che stavano avvenendo in nome di quella guerra.

Dopo quel bombardamento, ci vollero 17 interventi e 13 mesi perché Kim Phuc fosse dimessa dall’ospedale, senza che il suo viso fosse stato accarezzato dalle fiamme. Tra lei e Ut si creò un forte legame e il fotografo iniziò a considerarla come una figlia, instaurando un legame affettivo durato negli anni. Ma quella foto iniziò a perseguitarla dal momento in cui, nel 1975, le forze comuniste conquistarono il controllo del Vietnam del Sud. “Per loro io ero la napalm girl ed ero comunque scomoda”, ha raccontato nella sua intervista Kim. Alla fine fu costretta a lasciare il college e a tornare nel suo villaggio. Sotto il regime, la sua vita divenne un incubo e lei si sentì vittima due volte di quella guerra, ma improvvisamente le cose cambiarono e quella foto ossessiva divenne chance: il primo ministro del Vietnam ne fu turbato, la cercò e la aiutò a trasferirsi a Cuba per continuare gli studi e realizzare il suo sogno di diventare medico. Ancora lontana da una vita normale, si innamorò e si sposò. Durante il viaggio di nozze a Mosca e nel volo di ritorno verso Cuba i due neo-coniugi decisero si scappare, riuscendo a scendere in Canada. “Ero di nuovo libera”.

TALITA FREZZI

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