Condannati imprenditori forlivesi: Il made in China è reato

FORLI’, 14 LUGLIO 2012 – E’ una sentenza quasi rivoluzionaria quella pronunciata dal Tribunale Penale di Forlì, che ha condannato in primo grado alcuni imprenditori forlivesi dell’industria del mobile per aver commissionato parte della fabbricazione dei loro prodotti a società cinesi, violando in tal modo l’articolo 437 del codice penale rubricato “rimozione e omissione dolosa delle cautele contro gli infortuni sul lavoro”. Commissionare parte della produzione a società cinesi o addirittura dislocare la propria produzione in Cina è una pratica ormai nota a molti imprenditori italiani, soffocati dalla tassazione eccessiva del costo del lavoro e da un mercato che bada certamente più al prezzo che alla qualità. In questo caso si tratta di alcune aziende del forlivese (Cosmosalotto”, “Treerre” e “Polaris”) che avevano “subappaltato” parte della fabbricazione del pregiato divano Made in Italy ad alcune fabbriche cinesi, le quali, è noto a chiunque, non rispettano le nostre normative in materia di lavoro e previdenza sociale.

La condanna degli imprenditori – La sentenza di condanna è stata pronunciata dal giudice Giorgio di Giorgio, su richiesta del sostituto procuratore Fabio di Vizio, al termine di un processo durato ben quattro anni. Secondo la Procura infatti, gli Italiani ingerivano nell’organizzazione del lavoro e della produzione dei lavoratori cinesi ( eterodirezione” del lavoro), ai quali non erano riconosciuti i diritti minimi contributivi e previdenziali. Gli imprenditori, quattro cinesi e quattro italiani (Ezio Petrini, Franco Tartagni, Luciano Garoia e Silvano Billi) sono stati condannati ad un anno di reclusione con la sospensione della pena. Due imprenditrici-artigiane del divano forlivese, Elena Ciocca e Manuela Amadori, sono state soddisfatte dalla sentenza che in qualche modo sembra proteggere il vero Made in Italy a scapito di quello prodotto parzialmente all’estero. Anche secondo il sostituto procuratore Fabio di Vizio «La sentenza ha un profilo etico-sociale». «Ma in questo caso è prevalso il diritto che esige la tutela effettiva delle garanzie dei lavoratori e del loro non trattabile diritto alla sicurezza.» aggiunge.

Condannare il Made in China? – A prima vista questa sentenza potrebbe sembrare un’enorme passo avanti verso il riconoscimento effettivo dei diritti dei lavoratori “dislocati” al di fuori dei confini del territorio italiano e dunque sfuggenti alle normative previdenziali applicabili. Risulta tuttavia difficile leggervi una vittoria del Made in Italy sul Made in China ( o Taiwan, India, etc.) come sostengono alcuni giornali. Pensiamo, ad esempio, ad un semplice trader - colui che acquista all’estero a basso prezzo e rivende in Italia. In questo caso ad egli basterebbero un computer, un telefono, ed una società a responsabilità limitata con poche migliaia di euro: il trader non incomberebbe nella violazione di cui al 437 c.p.. Eppure, nel mercato della libera concorrenza, l’artigianato italiano soffrirebbe terribilmente i suoi prezzi. Inoltre, nella catena di produzione del prodotto in Cina, vi sarebbe una violazione selvaggia delle sacrosante normative sulla sicurezza, la previdenza e la salute dei lavoratori. E’ dunque a monte il problema. Sono le scelte di politica internazionale compiute dal nostro paese e dall’Europa tutta, prima che questo fenomeno accadesse. E’ stata scelta la libera concorrenza: come può l’artigianato italiano – che subisce la tassazione abnorme imposta alla piccola e media impresa e l’intricata normativa tributaria, previdenziale etc.… – confrontarsi con il concorrente cinese? Di qui il bivio di fronte al quale si sono trovati molti imprenditori italiani: dichiarare lo stato fallimentare della propria azienda o dislocare parte della produzione in quei paesi dove il problema sicurezza, previdenza, salute, inquinamento, tasse non si pone o è comunque marginale, gestibile. Un’opinabile scelta, ma comunque una scelta per sopravvivere. Sarebbe stato forse più sensato evitare di mettere in concorrenza perfetta il Made in Italy con il Made in paesi dove sono violati i diritti umani dei lavoratori. Oppure applicare una normativa ed una tassazione che incentivino l’artigianato locale e proteggano la piccola e media impresa italiana. Al contrario, secondo quanto risulta da studi recenti (di Unindustria Bologna che ha preso in analisi la pressione fiscale effettiva sulle imprese bolognesi) la pressione fiscale effettiva sulle piccole imprese italiane raggiunge il 50%. Di fronte ad uno scenario del genere, è chiaro che l’impresa italiana non può in nessun modo competere con il Made in China, in un mercato ormai globale, assolutamente privo di un’armonizzazione normativa e fiscale.

CLARISSA MARACCI

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