21 anni fa moriva il magistrato Antonino Scopelliti, sotto i colpi di fucile della ndrangheta

ROMA, 9 Agosto 2012 – La storia del nostro paese è costernata di personaggi politici corrotti, imprenditori senza morale, mafiosi e pentiti ma anche di eroi, di persone che hanno perso la vita per servire lo Stato. Uno di questi è Antonino Scopelliti. Entrato in magistratura a soli 24 anni, il giudice calabrese svolse la carriera di pubblico ministero presso la procura di Roma, diventando poi Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Si occupò prevalentemente di mafia e terrorismo: in particolare, rappresentò la pubblica accusa nel Processo Moro, nella Strage di Piazza Fontana e nella Strage del Rapido 904. Quest’ultimo processo gli costò la vita. Infatti, chiedendo la conferma degli ergastoli per il boss Pippo Calò e Guido Cercola quali responsabili, secondo lui della Strage del Rapido, si trovò contro prima il collegio giudicante della Cassazione, che rigettò la sua richiesta, poi i vertici di Cosa Nostra, che organizzarono il suo omicidio con l’aiuto della ‘ndrangheta calabrese.

L’agguato della ‘ndrangheta nella terra natia - Scopelliti fu vittima di un agguato, il 9 Agosto del 1991, mentre era in vacanza in Calabria, la sua terra natia. Nella sua abitazione, furono ritrovati gli atti del primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Quel giorno, mentre tornava dalla spiaggia, la sua auto fu raggiunta da una scarica di proiettili di fucile provenente da una moto, appostata lungo la strada che porta a Campo Calabro. Il magistrato, senza scorta, rimase ucciso da due colpi di fucile alla testa. L’automobile finì in un fosso. Fu l’autopsia a rivelare che Antonino non era rimasto vittima di un banale incidente stradale, come inizialmente si presumeva.

Un’offerta che non si poteva rifiutare”- Secondo i racconti del pentito Marino Pulito, al giudice furono offerti ben 5 miliardi di lire per modificare la requisitoria contro i boss di Cosa Nostra. Scopelliti rifiutò. Così, la cupola siciliana chiese alla ndrangheta di uccidere il giudice che non si riusciva a corrompere. In cambio, Cosa Nostra sarebbe intervenuta nella seconda guerra di mafia, quella dell’ottobre del 1985, in cui fu assassinato il boss Paolo De Stefano.

I processi sulla sua morte – Sulla tragica morte del giudice furono iniziati due processi presso il Tribunale di Reggio Calabria: uno contro Salvatore Riina e altri 13 boss di Cosa Nostra, l’altro contro Provenzano ed altri 9 boss della Commissione Regionale di Cosa Nostra. Le sentenze di primo grado, intervenute tra il 1996 e il 1998, furono una vera e propria pioggia di condanne. Tuttavia, tutti gli imputati furono assolti in Appello (1998-2000), perché le dichiarazioni dei pentiti, furono giudicate discordanti.

<<Vogliono fare gli eroi. Ma alla fine quanti possono essere gli eroi? 2, 5, 10.

E che ce vuole ad ammazzare 10 cristiani?>>

(Totò Riina, boss di Cosa Nostra)

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